ELEGIA SCRITTA IN UN CIMITERO CAMPESTRE PDF

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Edizione: Elegia di Tommaso Gray poeta inglese per esso scritta in un cimitero campestre tradotta in versi italiani. Traduzione di Giuseppe. L'Elegia scritta in un cimitero campestre o Elegia scritta in un cimitero di campagna è un'opera Crea un libro · Scarica come PDF · Versione stampabile . Elegia di Tommaso Gray, poeta inglese, da esso scritta in un cimitero Elegia inglese diTommaso Gray sopra un cimitero campestre.


Elegia Scritta In Un Cimitero Campestre Pdf

Author:MIGUEL ELLNER
Language:English, Dutch, French
Country:Ghana
Genre:Children & Youth
Pages:797
Published (Last):23.06.2016
ISBN:887-9-68154-567-1
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[p., page images/PDF; not in Northup or Starr.] . Elegia Inglese, del signor Tommaso Gray, sopra un cimitero di inglese, per esso scritta in un cimitero campestre, tradotta in versi italiani [da Giuseppe Torelli]. Read PDF Elegia Di Tommaso Gray Poeta Inglese Per ESSO. Scritta in Un Cimitero Campestre Tradotta in Versi. Italiani E Ristampata Da Agostino Isola. essay on Gray in Part 2: "l'Elegia del Gray sopra un cimitero campestre e considerata Elegia di Tommaso Gray poeta inglese per esso scritta in un cimitero.

Segue : non ego te, candide Bassaieu. Chi intenda cos, dovr confessare ciie questi versi non dicono nulla di nuovo, nulla che non sia gi stato detto in questa stessa ode : gi troppo a lungo Orazio ci ha vantato i pregi della sobriet, egli che pure non suole n ripetersi n indugiare troppo in un pensiero solo.

N s' intende come i commentatori possano vedere nominata o descritta l'ebrezza nei versi che ho trascritto, nei quali, per quanto a me pare, si parla solo del tirso, di corni e di timpani, istrumenti tutti di culto che non hanno nulla a che fare con la sobriet o 1' ubriachezza.

E in qual modo spiegano essi il sub cUvom rapiam? Che anzi non lo spiegano e si traggono per lo pi d' impiccio con espressioni vaghe e poco significative come questa : Metonimia che sostituisce il donatore al dono.

A me sembra che questo passo si possa intendere solo cos : Io non voglio prender parte alle processioni orgiastiche in onor tuo, Dioniso ; un tal culto contrario al tuo volere ; dietro ai tuoi simboli cammina un corteo di vizi. I commentatori, costretti dalle precise parole di Orazio a concedere ch'egli parla qui di un culto orgiastico, credono di spicciarsi poi di ogni difficolt asserendo che questo culto un' immagine, e quanto ai corni berecintii se ne sbarazzano con tutta faciUt dicendoli tolti di peso dalle Baccanti di Euripide, che erano gi classiche ai tempi di Callimaco e che Orazio ha senza dubbio letto, tant' vero che altrove epist.

I, 16; 73 sgg. Il male che qui Orazio non cita antiche opere letterarie, ma descrive un culto del tennpo suo, e che quindi reminiscenze poetiche non hanno qui luogo, o, per meglio dire, possono al pi spiegare la forma, non la sostanza. Se non fossero conservate altre testimonianze che questo passo, dovremmo pure indurre da esso che in quel tempo a Roma era in voga un culto dionisiaco in cui erano penetrati elementi, per cos dire, cibelici ; in questo caso le parole di Orazio avrebbero per noi l6 stesso valore di documento per la Roma del suo tempo che quelle di Euripide per l'Atene dell'et sua.

Il poeta romano ci parla con orrore di processioni, nelle quali istrumenti sacri erano portati in giro per la citt a suono di timpani e di corni ; inorridisce al veder celebrati nella sua Roma culti orgiastici stranieri. La turba fanatica, che teneva dietro alla cista mystica, si trasforma ai suoi occhi in una processione spaventosa di vizi, dei vizi che sogliono esser congiunti con l'ebrezza.

Il valore di questa interpretazione affatto indipendente dalle conseguenze che se ne possano trarre per la storia dei culti romani, ne sarebbe strano che di un culto orgiastico di Dioniso nella Roma augustea non si riuscisse a scoprire altra traccia, giacch noi non possediamo in questa materia tradizione che non sia frammentaria.

Eppure il caso ci favorisce forse pi che noi non aspettiamo.

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Per i tempi pi tardi dell' impero un alito orgiastico di Dioniso attestato da molte iscrizioni 1. Una nota del cosidetto Interpolatore al V, 20 sed si de Gaio Caesare dietimi est, inulti per matrem Venerem accipiiud, per thiasos sacra, quae pontifex instituit ci mostra che cosa intenda dire il Servio vero : Cesare introdusse in Roma un culto mistico, orgiastico di Dioniso.

E poco importa al nostro assunto, se Servio abbia inteso rettamente Virgilio o no l ; la testimonianza di un antico commentatore su antichit romane ha per noi altrettanto valore quanto quella del poeta commentato 2. Ora un epigramma di Marziale I, 70, 9 ci parla di un santuario di Dioniso e di uno di Cibele che sorgevano sulla Velia poco lontani tra loro : Jiecte vias hac, qua madidi sunt teda Lijaei et Cyheles picto stat Corijbante tholiis. E proprio in cima alla Velia fu scoperto alcuni anni sono un pezzo di archi- 1 La tendenza, che ora domina, di restringere assai o addirittura di negare per le Ecloghe la legittimit dell'interpretazione allegorica mi sembra, almeno nelle sue estreme conseguenze, errata : quando a Dafni si attribuiscono invenzioni che non hanno nessuna relazione con l' indole sua originaria sulla quale v.

Schwartz, Goti. L, , sgg. Lo Hiilsen ha confrontato i medaglioni di Antonino Pio, che rappresentano un tempio rotondo con una statua di Bacco nel mezzo 1 , e non ha trascurato neppure l'epigramm. Essa ci mostra che un culto orgiastico di Dioniso, certo quel medesimo che fu introdotto da Cesare, fior nella Roma augustea. E giacche il culto combattuto da Orazio conteneva elementi frigii, giacche i santuari di Dioniso e di Cibele sorgevano V uno accanto all'altro ancora nell'et dei Piavi, e vicinanza locale di culto congiunta il pi delle volte, come mostrano numerose analogie, con relazioni pi profonde, sar da credere che lo stesso culto dur non interrotto dai tempi di Cesare fino all'et pi tarda.

Da Orazio apprendiamo ancora che in questo culto avevano luogo processioni solenni, nelle quali era scosso in aria, era vibrato il tirso o forse il bambino Dioniso stesso 3 ed era portata in 1 Ht'i. SEX, niim. Wll, ,!

I, 3, p. Mi esprimo a bella posta cosi cautamente, perch la proposizione nec variis obaita frondibim sub divom rapiam, nella quale il ritmo d uno speciale? Poco importa che nell'et imperiale la cista sia per lo pi rappresentata aperta 2 ; gli artisti volevano mostrare il contenuto, e la circostanza che questo una serpe viva, indica appunto che la figurazione era convenzionale, come conveflzionale dev'essere la rappresentazione della serpe avvolta intorno alla cista chiusa.

Se gli utensili sacri furon davvero falli, si potrebbe supporre che il culto descritto da Orazio avesse qualche relazione con culti italici, p. A me piace di pii la prima spiegazione. VI, 3 sgg. La spiegazione del WilamowiTZ, che il cesto fosse chiuso, ma che pure ci si potesse gettar dentro uno aguardo dall'alto Reden n. Eultes diss. Torniamo alla poesia da cui abbiamo preso le mosse. Il primo verso com' noto, traduzione di Alceo fr. Alceo avrebbe potuto scrivere i vv. Il lettore, che Orazio vuole e suppone dotto o per lo meno colto, dovr intendere: Il vino l'unico conforto ; 1 Varrone presso Agostino e.

Agostino riferisce in generale : in Italiae compitis quaedam dicit soggetto Varrone sacra Liberi celebrata cum tanta licentia turpitndinis, ut in eius honorem pvdtnda virilia colerentur, non saltetn aUquanto verecundiore secreto, sed in propatiilo exsultante nequitia; nam hoc turpe membrum jyer Liberi dies festos cum honore magno plostellis impositum prius rure in compitia et usque in nrbem postea vectabatnr.

Eppure dubbio, se Agostino, o per meglio dire Varrone, sapesse di altri culti italici simili oltre quello di Lavinio : perch difficile credere cbe dappertutto il fallo fosse portato a passeggio prima per la campagna e poi per la citt. Ed chiaro che Agostino ha interesse a mostrare, quanto diffuso fosse tra i gentili un uso indecente.

G segna il passaggio ad un inno; pater in Bacche pater un attributo schiettamente romano, che fu forse una volta limitato alla cerchia non larga degli Indigeti 2 ; decens aggettivo cos oraziano e presuppone teorie estetiche cos raffinate e cos complicate che non riesce facile immaginare che un altro poeta l'abbia adoperato in tal senso prima di Orazio.

L'inno, di cui abbiamo udito quasi i primi accordi,, non si svolge, ma si trasforma a poco a poco in un' esortazione, che sta meglio in bocca a un cittadino romano pratico della vita e non digiuno di cultura filosofica che non a un cavaliere dei vecchi tempi giovenilmente avido di godimenti e sfrenato.

E quel che ne rimane dei au[x7ioatax di Alceo, ci conferma in quest'impressione: la moderazione e la disciplina non erano affare suo. Anche la rarit del mito del delitto e della punizione dei Sifoni, che in questa forma s'incontra solo qui, fa pensare piuttosto a un'epopea dionisiaca del tempo ellenistico che a un carme lirico di un antico Lesbio.

La parenesi rimane parenesi, ma ha pur qualcosa di simile a un inno; le allusioni a miti rari e in ispecie l'avvicendarsi dei pi diversi attributi della divinit cantata sono, coni' stato osservato del resto da lungo tempo, qualit caratteristiche dello stile degli inni.

Anche ci che segue, il rifiuto del culto straniero, pio com' di una piet severa, la descrizione del tiaso spaventevole dei vizi che incedono dietro ai simboli dionisiaci, risente della 1 Kiessling-Heinze sembrano intendere altrimenti, cio metter quella frase proprio in bocca ad Alceo.

Ma le loro parole non sono del tntto chiare. La descrizione dei mostri pittoresca: V Amor sui cieco, la Gloria con il capo che oscilla a destra e sinistra, come quello di chi abbia avuto l'acqua al cervello, la Fides arcani prodiga pi trasparente del vetro. La concezione della poesia non pu essere di Alceo ; ora che possediamo intere poesie di lui, liriche architettate magistralmente ma semplicemente, noi sappiamo meglio di prima ch'egli non fu capace di fantasie cos complicate.

Che cosa nel carme oraziano deriva, pu derivare da Alceo? Certo il primo verso, forse il terzo o il quarto, ma essi sono come tramezzati dal secondo, cosicch neppure la prima strofa d l'impressione di un carme esclusivamente greco o grecheggiante. Dunque la citazione al principio compie l'ufficio di motto 1 ; non si pu parlare di imitazione nel senso comune della parola, ma al pi di un prender le mosse da un poeta greco e pi ancora di contrasto voluto.

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In Orazio sempre cosi, come le pagine seguenti mostreranno meglio. Ma neppure il primo verso traduzione letterale di Alceo, come si crede generalmente, com'anche noi, per comodit di dimostrazione, abbiamo sinora fatto le viste di concedere : nulUtm, Vare, sacra vite prius severis arbo- 1 Il NoRDKN, cho ha trovato per ipiest'arte oraziiiiia una foriiiiila elegante, Einl. Ennio aveva nell'Atamante scaen. Anche qui si alternano attributi diversi di Dioniso, con la differenza tuttavia che ci in un inno legittimo e consueto ; dai grammatici, nei commenti ai poeti greci che anche Ennio avr adoperato, l'epiteto di Lieo era spiegato in tal modo che esso veniva come a contenere in germe i versi di Orazio sopra il conforto che offre il vino nelle avversit 2.

Ma queste somiglianze potrebbero essere fortuite; tradisce invece l'imitazione la paroletta sacra, che in Ennio ha il suo chiaro riferimento : vitis inventor sacrae, sacra cio al suo inventore Dioniso; in Orazio invece adoperata in funzione assoluta in principio del carme. Dunque Orazio ha fuso insieme una citazione di Alceo con una di Ennio e ha fatto delle due un motto solo. Chi abbia pratica dell'arte sua e della tecnica ellenistica, sa gi ch'egli non desiderava che il suo furto rimanesse celato ai lettori, ma anzi voleva ch'essi se ne accorgessero ed era orgoglioso di que- 1 Virgilio usa secondo gli indici 29 volte viti, non le aggiunge ma.

E i lettori se ne saranno accorti pi facilmente di un moderno, perch'essi avevano imparato a memoria il vecchio Ennio sui banchi della scuola ; che egli era divenuto presto poeta classico e rimase tale, finch non lo soppiant Virgilio. Certo, nella scuola si saranno letti piuttosto gli Annali che le tragedie ; ma pure queste erano rappresentate ancora sul teatro al tempo di Cicerone, che ne sapeva larghi tratti a memoria, ed erano ancora cos'i note nell'et augustea che Virgilio, il quale di solito da buon epico imita gli Annali, pu imitare un passo del Tieste, senza tema che la sua abilit nel trasformare sfugga al lettore.

Far from the madding crowds ignoble strife their

La descrizione della pianta vivente e sanguinante in principio del terzo libro dell' Eneide nani qiiae prima solo niptis radicibus arbos vellitur, buie atro liqnontur sanguine guttae et terrara tabo maculaut deriva in parte da scaen. La raffinatezza dell' imitazione consiste nel prendere a imprestito parole celebri da una celebre descrizione delle sofferenze di un uomo e nel trasportarle a una pianta, che una volta era stata essa stessa un uomo, che ha sangue nelle vene come un uomo e come un uomo muore dissanguata, che ha sensi umani e umanamente soffre.

Certo, Orazio ha venerato Dioniso, lia un altro Dioniso, un Dioniso che non ha luilla di conume con il dio dell'ebrezza volgare. Ma la metamorfosi del secondo libro preceduta da una consacrazione. Orazio immortale, perch Dioniso stesso 1' ha consacrato poeta 1. Non a ciascuno dato di ascoltare il dio, mentr'egli insegna i suoi canti alle sue Ninfe e ai suoi Satiri, non a tutti di vedere il volto ineffabile; solo ai poeta concesso, e questi giura dinanzi ai pi tardi nepoti, dinanzi ai posteri che per secoli e secoli si inebrieranno della sua poesia, ch'egli ha veramente udito, veramente veduto.

Bacchnm in reniotis carmina rupilms vidi docentera. L'anima sua trema ancora dell' inesprimibile angoscia, elle afferra ciascuno in presenza di una divinit ; ma, poich ha Bacco in s, egli prova una gioia cupa e torbida 2. Il petto di Orazio pieno di Bacco, come la Pitia piena deo 3.

Torbida ancora quella gioia, 1 Ci per me prova che il secondo libro fu pubblicato dapprima separatamente dal terzo ; l'apoteosi, anzi per giunta un'apoteosi doppia, ha il suo luogo solo alla fine dell'opera. Del resto il pensiero che il dio invada quasi e riempia di s corpo e anima dell'uomo, pare singolarmente - 13 perch ogni epifania scuote l'anima ; Orazio laetatur turbidum, perch turhatus erat ; la parafrasi eccitazione gioiosa rende troppo semplice un sentimento complicato.

Orazio ci descrive non la visione n il preludio di una visione, ma la condizione di colui eh' stato pur dianzi degnato dell'epifania divina. Certo, dalla descrizione di questo stato prende le mosse un inno ; se si voglia, un ditirambo.

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Ma Orazio non accenna ch'egli desideri che il dio lo tocchi con il tirso ; anzi lo supplica di risparmiarlo. Orazio si raffigurato altrimenti quel sacramento; in che modo, non lo ha voluto dire, che l' iniziato non deve rivelar tutto al profano, e r indeterminatezza qui cento volte pi bella che non una descrizione minuta. Solo questo certo, ciie Orazio non rappresenta il principio dell'estasi, ma il risveglio dall'estasi ; ch'egli ci fa vedere il poeta, mentre ancor tremante, gioioso di gioia cupa e torbida, si appresta a cantar V inno.

Non caro al nostro poeta: III, 25 coniiucia [iio me, Hacchc, rapi. Anello lui pensare a una volgare ul riache7. E segue r inno.

Questo Dioniso scende assai di rado nelle citt dei mortali ; egli si compiace della montagna e delle selve, dei luoghi dove vivono le divinit della natura. Non ostenta per la strada il suo vigore genitale e non si presta a farsi accompagnare per via da cortei di gente volgare, ma si rivela solo al poeta e solo nell'estasi che il vino non pu procurare. Se questo Dioniso sia stato una volta la divinit del teatro attico marcia di vecchiezza, non saprei dire; per Orazio e nell'et di Orazio egli il dio dei poeti, nel quale ancora sonnecchia, pronto ogni momento a ridestarsi, il vigore selvaggio della divinit nordica, che era andato perduto nel mite Dioniso degli Ateniesi.

Egli un Macedone come il Dioniso delle Baccanti.

Questa poesia tra le pi antiche, perch'essa la sola alcaica nella quale la legge, che proibisce la cesura dopo la pentemimera dell'enneasillabo, sia violata normalmente : laetatur. Non possibile credere voluta, sistematica l'irregolarit e supporre che Orazio cerchi, componendo irregolarmente i versi, di dare all'ode un carattere entusiastico, ditirambico ; perch, se egli avesse voluto far corrispondere la forma ritmica all'ardore dei sentimenti, non avrebbe rivestito questi dei ritmi alcaici, che suonano cos misurati e cos puri.

No, il poeta ancor giovane si fa qui iniziare da Dioniso nella poesia ; questo carme ha il valore di un programma e di una promessa. Ma Orazio stesso stato iniziato dallo stesso dio ad un mistero maggiore : III, 25 ce lo mostra sottratto alla 15 societ meschina degli uomini : il dio lo ha trasformato nel pi profondo dell'anima e lo rapisce attraverso boschi non tocchi da piede umano fin dentro a grotte montane.

Non pi egli ascolta Dioniso cantare, ma canta egli stesso negli alti spechi selvaggi, che appartengono a Dioniso e alle sue Ninfe 1 ; canta le gesta di Cesare, e certo Dioniso stesso l'ascolta ; a che fine altrimenti il ratto? Pure il poeta non ce lo dice chiaro, perch anche questo un mistero.

Il proposito di celebrare la grande gesta di Cesare, l'assunto a cui nessun altro poeta prima di lui si cimentato, gli ha meritato questo nuovo sacramento. Ora egli si beato ; guarda dall'alto, gi dal Pangeo, la Tracia coperta di neve, la cima del monte Rodope, i cui fianchi calca solo piede barbaro, e si sente pari a una Baccante.

Ancora una preghiera al dio, ancora la promessa di non cantar pi nella lingua volgare degli uomini, di aprir le labbra solo a canzoni sublimi, immortali, e il poeta si precipita dietro al dio nel tiaso sfrenato; anch'egli ormai una divinit di quelle che fan corteggio a Dioniso. Ma bello il pericolOj bello questo brivido gioioso. Questo Dioniso ha altrettanto di comune con il dio del culto straniero orgiastico, i cui utensili erano portati 1 Basta riooidare le parole della profetessa nello Eumenidi v.

Dioniso beve adraiato in una grotta sulla cassa di Cipaelo Pana. Ib in processione per le vie di Roma, quanto le pure orgie del poeta con l'ebrezza dell'uomo volgare. Lo stesso poeta pot scrivere l'ode a Varo e i canti dionisiaci.

L'allegoria della nave I, Se Orazio ha potuto in una sua poesia prender le mosse da una citazione di Alceo, in cui egli ha inserito un'espressione sola, un'espressione, a dir vero, assai caratteristica.

Eppure si suol generalmente credere che Orazio abbia primo tra i Romani letto Alceo ; perfino uno studioso cos dotto e di gusto cos squisito come il Norden, ha scritto teste 1 : Nessun Romano prima di Orazio ha, per quanto sappiamo, letto Alceo e Pindaro.

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Eppure qualche riga sotto egli giudica cos l'arte di Orazio nelle Odi: La sua tecnica consueta come gi quella degli Alessandrini, p. Come si accordano queste due osservazioni?

Un motto pu eccitare un determinato sentimento solo in colui che abbia presente all'animo il contesto da cui esso preso. Noi moderni sogliamo an- 1 Einl. Orazio invece non poteva neppure ricorrere a questo espediente : nell'antichit persino la letteratura prosastica pi alta, nonch la poesia, evita di citare esattamente, com'era anche in quei tempi uso di una filologia piuttosto scientifica che letteraria.

A che fine, dunque, avrebbe Orazio innestato nel suo canto versi di poeti lesbici, se i Romani del suo tempo non li avessero saputi quasi a memoria, quasi cos bene come il loro vecchio Ennio?

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L'epodo scritto nel 31, Sesto Pompeo fu sconfitto a Naulochos nel Anello lui pensare a una volgare ul riache7. Una nota del cosidetto Interpolatore al V, 20 sed si de Gaio Caesare dietimi est, inulti per matrem Venerem accipiiud, per thiasos sacra, quae pontifex instituit ci mostra che cosa intenda dire il Servio vero : Cesare introdusse in Roma un culto mistico, orgiastico di Dioniso.

Anche la fiotta di Antonio era al principio della campagna molto superiore 3. Orazio stesso, il juale rappresenta qui le idee della corte o per lo meno della cerchia che si raccoglieva intorno a Mecenate, dice altrove chiaramente che quella guerra fu una guerra civile.

E gi Catullo ha non tradotto ma trasformato, non so se con intenzione, una poesia, sia pure la poesia pi celebre; di Saffo, ha rivestito di versi celebri la confessione del suo amore 1 , ci che non avrebbe potuto fare, se non avesse avuto ragione di supporre che quei versi erano a Lesbia altrettanto familiari quanto a lui.

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